Norma Jane Baker, meglio nota come…Marilyn Monroe

Tutti, veramente tutti, sanno chi era Marilyn Monroe.

Famosa per i suoi canti sensuali, per le sue forme, per il suo ancheggiare, per i suoi film. Lei nata dal nulla, sposata tre volte, dagli amanti più nascosti, rimane ancora oggi una delle icone del cinema.

Autori si sono concentrati sulla sua vita, esperti ne hanno voluto descrivere il personaggio, l’Arte ne ha fatto un’icona e amanti del complotto ancora studiano le cause della sua misteriosa morte.

Chi era però veramente la Monroe? La risposta è…”solo Norma lo sapeva“. Eh sì!

Norma Jane Baker era il vero nome della diva hollywoodiana. Era nata a Los Angeles, da padre ignoto e madre malata di disturbi psichiatrici. Passa la sua infanzia fra istituti e affidamenti temporanei, con molte storie traumatiche. Sarà scoperta da uomini e agenzie, prima come modella poi come comparsa.  Da lì il passo per la celebrità è stato breve. Da comparsa e piccoli ruoli viene diretta da Huston, Mankiewicz, Miller, Sale; accanto a ‘mostri sacri’ come i fratelli Marx, Bette Davis, Anne Baxter, Walter Brennan, Claudette Colbert. Arriva poi il 1952, quando Fritz Lang le propone una parte in La confessione della signora Doyle: finalmente la critica si accorge di lei. Era sempre comparsa con il suo nome d’arte, creato dal nome dell’attrice Marilyn Miller e dal cognome da nubile di sua madre.

Girerà altri film che resteranno nella storia, come A qualcuno piace caldo di Billy Wilder con Tony Curtis e Jack Lammon; Il principe e la ballerina di e con Laurence Olivier;. Creerà dei veri e propri ‘cult’, come la gonna che si alza al passare della metropolitana in Quando la moglie è in vacanza. L’idea del pubblico della Monroe sarà quello della donna frivola, ingenua, dal sorriso tanto innocente da apparire sciocco e stupido. Un sorriso che si spegnerà il 5 agosto 1962: viene trovato il suo cadavere nella sua abitazione privo di vita. Le cause non verranno mai trovate.

Il mondo non la dimenticherà, tanto che ancora oggi le rende omaggio.

Marilyn Monroe

Sceneggiature intere si sono basate sulla vita dell’attrice, dal televisivo Blonde del 2001 al cinematografico A week with Marilyn del 2011; altre invece la vedono come personaggio, come il film Rat Pack del ’98  o la serie televisiva The Kennedys; oppure è semplicemente una scusa, come nella serie Smash o il film Mister Lonely del 2007.

Il teatro anche gli ha reso omaggio. Solo quest’anno, ad esempio, Michele Di Francesco ha diretto La Star – da Norma Jeane a Marilyn Monroe, il primo musical italiano sulla vita dell’attrice; oppure Felicia Megna a maggio ha diretto Audrey vs Marilyn.

Il più importante e più significativo, a mio avviso però, che ci introduce nel mondo della diva è un documentario del 2013, Love Marilyn – I diari segreti di Liz Garbus.

Marilyn – spiega la pellicola – era in realtà una maschera creata per giungere al successo, per arrivare tra le stelle: una sorta di creatura artificiale basata sulla sensualità e la disinvoltura. L’attrice stessa affermò una volta:

«Io sono M. M. e non mi è permesso avere problemi, essere nervosa, provare sentimenti»

Eppure, dietro Marilyn c’era Norma.

La caleidoscopica Norma, la donna intellettuale e curiosa, divoratrice insaziabile di libri, anche durante le prove. L’artista che agli esordi usava tutto il suo tempo per imparare a cantare, recitare, dare di scherma e ballare; che voleva essere pronta quando il suo momento sarebbe giunto; che lavorò senza sosta per affinare la sua tecnica al punto di abbandonare Hollywood all’apice della carriera per studiare recitazione con Lee Strasberg, che la considerava uno degli allievi con vero talento (l’altro era Marlon Brando).

La donna d’affari che manipolò lo star system a suo vantaggio, l’amica generosa e leale, ma anche donna sensibile, compagna incostante, delusa dall’amore, capro espiatorio di tante vicende. Eppure, come un Mister Hyde, Marilyn ebbe il sopravvento su Norma. Annotò nei suoi quaderni:

«Il personaggio Marilyn è una sorta di mostro, di Frankenstein. L’ho creato e ora sono costretta ad interpretarlo ed è strano essere vittima della propria creazione»

 Il pubblico voleva lei sempre di più, tanto da far dimenticare quella donna sensibile, intelligente e forte che l’aveva creata. Lo stesso pubblico che continua ad amare e ricordare Marilyn. La spiegazione di questa “immortalità” è rintracciabile nelle parole con le quali la giornalista Gloria Steinem raccontò la morte della diva:

«Quando il passato muore c’è il lutto. Ma quando muore il futuro ci pensa la nostra immaginazione a mandarlo avanti».

Francesco Fario

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